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mercoledì 16 ottobre 2019

Tumore al seno e all’ovaio: caratteristiche dello screening genetico


A cura di: Ufficio Stampa Sorgente Genetica


Per intervenire tempestivamente è molto importante riuscire ad individuare un tumore in fase iniziale. La prevenzione tumore al seno, per esempio, è essenziale: il cancro al seno infatti, se diagnosticato in fase avanzata, può portare a conseguenze molto gravi. Ogni anno, in Italia, più di 1 donna su 1.000 riceve una diagnosi di tumore al seno e il rischio di ammalarsi di questa neoplasia per una donna italiana raggiunge una percentuale del 13% circa1.
Tumori come quello al seno o alle ovaie possono dipendere da diversi fattori, che possono essere ambientali, (una cattiva alimentazione o uno stile di vita poco sano2), oppure genetici. La familiarità per questa patologia non va sottovalutata in quanto se in famiglia è presente un membro che ha ricevuto una diagnosi di tumore, le probabilità di ammalarsi della stessa neoplasia aumentano. Il primo passo nella prevenzione dei tumori è quello di modificare le proprie abitudini, al quale è importante associare un percorso di screening per diagnosticare precocemente l’eventuale presenza di una forma tumorale.
Gli screening oncologici individuano la malattia nei primi stadi, ovvero quando il tumore è circoscritto ad un’area specifica dell’organismo. I sintomi della neoplasia, in questa fase, possono non essere evidenti, per questo lo screening può fare la differenza. Per esempio, il tumore alle ovaie viene definito anche “killer silenzioso”, perché i sintomi si manifestano in fasi più avanzate della malattia3. I tumori si possono sviluppare in diverse fasce d’età e crescono in tempi diversi. Alcune forme possono manifestarsi in tempi brevi, mentre altre impiegano tempi più lunghi4. Lo screening è un percorso che prevede la ripetizione degli esami a cadenza regolare e stabilisce i successivi passi, che si differenziano sulla base dell’esito degli esami4. Per una diagnosi precoce del tumore al seno vi sono diversi strumenti a disposizione. Prima di tutto l’autopalpazione per l’individuazione di eventuali noduli. Esistono, inoltre, esami strumentali come la mammografia, l’ecografia, la risonanza magnetica e i test genetici.
Lo sviluppo del tumore al seno e all’ovaio, inoltre, viene associato alle mutazioni dei geni BRCA (BReast CAncer). All’interno del proprio patrimonio genetico, infatti, ogni individuo possiede i geni BRCA1 e BRCA2. Eventuali mutazioni di questi geni possono essere trasmesse per via ereditaria ed essere associate ad un maggiore rischio di insorgenza del tumore al seno e all’ovaio, in modo specifico dell’87% per il cancro al seno e del 40% per quello alle ovaie5.
Il test BRCA è un esame di screening genetico che rileva le mutazioni a carico dei geni BRCA, con un’affidabilità elevata. Viene consigliato a tutte le donne che hanno familiarità con il tumore al seno e alle ovaie e a coloro che desiderano ricevere informazioni sulla propria predisposizione genetica a queste forme di tumore. Con un semplice prelievo di sangue viene analizzata la sequenza genetica con la quale viene rilevata la presenza o meno di mutazioni a carico dei geni BRCA.
È importante consultare uno specialista per la valutazione dei sintomi e per definire un percorso di screening mirato.
Per maggiori informazioni sui test genetici per il tumore al seno e alle ovaie: www.brcasorgente.it
Fonti:
1 I numeri del Cancro in Italia – 2016
2 LILT – Lega Italiana per la lotta contro i tumori
3 www.airc.it
4 Acto Onlus – Tumore ovarico e rischio genetico: cosa bisogna sapere
5 Ferla R. et al. (2007). Founder mutations in BRCA1 and BRCA2 genes. Annals of Oncology. 18; (Supplement 6): vi93-vi98



giovedì 4 luglio 2019

Cellule staminali cordonali: come si raccolgono e conservano

A cura di: Ufficio Stampa Sorgente


Si sente spesso parlare di conservazione cordone ombelicale e di cellule staminali cordonali. Coloro che stanno per diventare genitori possono avere molti dubbi in merito e proprio per questo è estremamente importante una corretta informazione. I futuri genitori si chiedono se il bambino sentirà dolore, se la procedura è sicura e come è possibile conservare così a lungo delle cellule.

È giusto chiarire che il sangue del cordone ombelicale, al momento della nascita, viene raccolto con procedure del tutto sicure e indolori sia per il bambino che per la mamma. Il personale ostetrico, adeguatamente formato, utilizza un ago apposito di grosso calibro per trasferire il sangue cordonale dalla vena ombelicale a una sacca ematica che contiene un anticoagulante. Il campione raccolto viene sottoposto ad analisi ematologiche che valutano parametri come cellularità e volume ed eventuale presenza di batteri o altri contaminanti che potrebbero causare problemi nella conservazione.

Una volta terminate le analisi il campione viene sottoposto a diversi trattamenti, come un'eventuale eliminazione della frazione plasmatica o dei globuli rossi, che ne consentiranno la crioconservazione in una banca del cordone ombelicale. La conservazione avviene in biocontainers a -196°C (temperatura raggiunta con azoto liquido o aeriforme) e per questo il campione viene miscelato con un agente crioprotettivo per evitare la formazione di ghiaccio. Solitamente si tratta di dimetilsolfossido al 10% (DMSO)1.

I biocontainers sono collocati in stanze dotate di sistemi di allarme in grado di rilevare e segnalare eventuali variazioni di temperatura all'interno di un biocontainer, che potrebbero danneggiare l'intero processo di conservazione. Come ulteriore precauzione, i biocontainers sono dotati di una fonte secondaria di azoto, pronto per essere rilasciato in caso di avarie, come ad esempio un black-out.

Questi processi consentono di conservare le cellule staminali del cordone ombelicale per un periodo di tempo molto lungo. Studi recenti hanno dimostrato che è possibile crioconservare le cellule staminali del cordone ombelicale per più di 24 anni senza alterare la loro vitalità e le loro capacità proliferative e differenziative2,3. In una ricerca sperimentale delle staminali cordonali conservate per oltre 24 anni sono state trapiantate in un modello murino e sono state in grado di ripopolare il midollo osseo dell'animale. Raccolte a distanza di sei mesi dal trapianto, si sono dimostrate capaci di ripopolare il midollo di un secondo animale3. Si tratta di risultati scientifici straordinari, che ricordano l'importanza della conservazione del cordone ombelicale per mettere a punto terapie per trattare sempre più patologie.

Per ulteriori informazioni: www.sorgente.com

Fonti:

1.     Moise, K.J., Jr., Umbilical cord stem cells. Obstet Gynecol, 2005. 106(6): p. 1393-407.
2.     Broxmeyer, H.E., et al., Hematopoietic stem/progenitor cells, generation of induced pluripotent stem cells, and isolation of endothelial progenitors from 21- to 23.5-year cryopreserved cord blood Blood. 117(18): p. 4773-7.
3.     Broxmeyer, H.E., Cord blood hematopoietic stem cell transplantation in StemBook, T.S.C.R. Community, Editor. May 26, 2010.