Avere glutei allenati e "sodi" non è solo una questione di estetica. Il grande gluteo è tra i più forti muscoli antigravitari del nostro corpo e pertanto partecipa in maniera determinante nella stazione eretta.
Lo squat, in particolare, è uno degli esercizi più efficaci per lo sviluppo muscolare di tutta la coscia, glutei compresi. Ne esistono tantissime varianti, a corpo libero e con macchine dedicate. Tra i più "stimolanti" citiamo gli stacchi da terra, esercizio efficace non senza controindicazioni per la schiena.
Altri esercizi degni di nota sono gli affondi, che possono essere eseguiti a corpo libero, con manubri, con bilancere in tantissime varianti. Sono i nostri preferiti, anche perché sono quelli che meglio rispettano la fisiologia e la biomeccanica muscolo-articolare degli arti inferiori.
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mercoledì 15 febbraio 2017
Glutei spettacolari - Gli esercizi da fare a casa
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Michi Workout - Fitness in casa - Allenamento dimagrante
In questo circuito utilizzeremo una banalissima palla che ci accompagnerà in un allenamento abbastanza intenso, caratterizzato da una componente di coordinazione.
Un total body da provare per risultati incredibili a livello di massa magra e tono muscolare.
Un minuto circa per ciascun esercizio ed un paio di minuti di recupero attivo "aerobico" tra un circuito ed il successivo. 2/3 giri di circuito e l'allenamento è fatto!
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lunedì 13 febbraio 2017
Tumore alle ovaie: caratteristiche, sintomi e strategie di screening
A cura di: Ufficio Stampa Sorgente Genetica
La prevenzione tumore al seno e tumore alle ovaie è molto importante, soprattutto perché quest’ultimo, tra le malattie oncologiche che colpiscono le donne, è considerato molto pericoloso in quanto difficile da diagnosticare precocemente.
La prevenzione tumore al seno e tumore alle ovaie è molto importante, soprattutto perché quest’ultimo, tra le malattie oncologiche che colpiscono le donne, è considerato molto pericoloso in quanto difficile da diagnosticare precocemente.
Il tumore alle ovaie è
posizionato al decimo posto tra tutte le tipologie di cancro che colpiscono le
donne. Ogni anno circa 1 donna su 74 riceve una diagnosi di cancro ovarico, che
rappresenta il 30% di tutti i tumori maligni legati all’apparato genitale
femminile1.
Le ovaie sono organi adibiti alla
produzione di ormoni e ovociti, ovvero le cellule riproduttive femminili.
Quando le cellule dell’ovaio iniziano ad essere prodotte in modo incontrollato
si possono originare delle forme tumorali. Tra le tipologie maligne ci sono:
- Tumori epiteliali: rappresentano il 90% dei tumori alle ovaie e hanno origine dalle cellule che rivestono le ovaie;
- Tumori germinali: rappresentano il 5% dei casi e hanno origine dalle cellule adibite alla produzione degli ovuli;
- Tumori stromali: rappresentano il 5% dei casi di tumore alle ovaie e hanno origine dallo stroma gonadico, tessuto di sostegno dell’ovaio2.
A seconda dell’età queste
tipologie di tumore hanno una differente incidenza. I tumori germinali e
stromali sono più frequenti nelle donne con meno di 20 anni e rappresentano il
40-60% dei casi. I tumori epiteliali colpiscono sia le donne in età
riproduttiva sia quelle in età avanzata. Si stima in media che la metà delle
donne con una diagnosi di tumore alle ovaie ha un’età superiore ai 60 anni3.
I principali fattori di rischio sono riconducibili all’assetto ormonale, a
fattori ambientali e a una predisposizione familiare. La familiarità del tumore
alle ovaie è associata a mutazioni ai geni BRCA1 e BRCA2 che, in donne in età
avanzata (oltre i 70 anni), sono associate ad un rischio del 20-60% di cancro.
Le cause del tumore alle ovaie non sono ancora chiare, ma si stima che il 90%
dei casi è da considerarsi di forma sporadica, mentre le forme ereditarie
rappresentano il 10% dei casi3.
Il tumore alle ovaie è definito
“silente” in quanto i suoi sintomi non sono evidenti fino a stadi avanzati
della malattia. Alcuni sintomi riconducibili alla presenza del tumore sono
comuni a diversi disturbi quotidiani e per questo vengono sottovalutati. Per
esempio, gli esperti sottolineano che gonfiori all’addome, aerofagia, stimolo
frequente a urinare e perdita di peso improvvisa, se sono presenti in modo
continuativo e prolungato nel tempo, potrebbero indicare la presenza di un
tumore ovarico. Una diagnosi precoce può decisamente migliorare il tasso di
guarigione. Le donne che rilevano il tumore al primo stadio registrano un tasso
di sopravvivenza del 90% a cinque anni dalla diagnosi e in questi casi si può
parlare di guarigione4.
Le strategie di screening sono
basate su controlli periodici, con visite ginecologiche generali ed ecografie
transvaginali. Se questi esami evidenziano delle anomalie e masse ovariche lo
specialista consiglia di effettuare una risonanza magnetica, tomografia ed
esami per il dosaggio dei marcatori tumorali, come CA 125. Anche i test genetici per le mutazioni ai geni
BRCA1 e BRCA2 sono importanti nel percorso di prevenzione sia per il tumore
alle ovaie che per il tumore al seno. Rilevare la presenza di una mutazione a
carico di questi geni permette di definire insieme allo specialista una
strategia di prevenzione per individuare precocemente l’eventuale insorgenza
del tumore.
È sempre importante consultare
uno specialista per valutare eventuali sintomi e per definire
piani di screening mirati.
Per maggiori informazioni sui
test genetici BRCA: www.brcasorgente.it
Fonti
1. I numeri del cancro – edizione 2014
2. Airc – Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro
3. Cancro dell’ovaio Guide Esmo/AFC, a cura dell’Anticancer Fund e della European Society for Medical Oncology, ed. 2014
4. ACTO – Alleanza Contro il Tumore Ovarico, intervista alla dottoressa Nicoletta Colombo, Direttore di Ginecologia Oncologica Medica, Istituto Europeo di Oncologia, Milano
1. I numeri del cancro – edizione 2014
2. Airc – Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro
3. Cancro dell’ovaio Guide Esmo/AFC, a cura dell’Anticancer Fund e della European Society for Medical Oncology, ed. 2014
4. ACTO – Alleanza Contro il Tumore Ovarico, intervista alla dottoressa Nicoletta Colombo, Direttore di Ginecologia Oncologica Medica, Istituto Europeo di Oncologia, Milano
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mercoledì 16 novembre 2016
Gravidanza: a quali test di screening sottoporsi?
A cura di: Ufficio Stampa Sorgente Genetica
La
gravidanza è un momento molto delicato, bellissimo, ma anche molto stressante
per la futura madre.
Per
garantire la propria salute e quella del piccolo in grembo, è necessario che la
futura mamma si prenda cura di sé stessa: è importante sottoporsi alle regolari
visite ginecologiche ed effettuare test di screening prenatale, quali il test del DNA fetale.
Oggigiorno
esistono molti test di screening prenatale non invasivi che possono essere
svolti in momenti diversi della gestazione. Quale scegliere in base alla
tempistica e al tasso di affidabilità? Vediamo insieme i diversi test di
screening prenatale a cui la gestante può sottoporsi.
Durante
il primo trimestre si eseguono il Bi Test e la translucenza nucale. Questi
esami vengono svolti in simultanea, durante una stessa visita ginecologica, tra
l’11esima e la 14esima settimana di gestazione.
Il Bi
test consiste in un dosaggio ematico (sul sangue della gestante) di due
proteine: Free BetaHCG e PAPP-A. I valori alterati di queste proteine possono
suggerire la presenza di anomalie nel feto. Inoltre, la translucenza nucale,
eseguita tramite uno strumento ecografico, permette di prendere misurazioni sul
feto. Se queste discostano da parametri standard allora potrebbero essere
necessari ulteriori approfondimenti con esami diagnostici invasivi, quali
amniocentesi e villocentesi. Il Bi Test ha affidabilità pari a circa l’85% 1. Il Bi Test è un
esame di tipo “probabilistico”, cioè non fornisce una diagnosi ma una
probabilità sul rischio che il feto presenti anomalie cromosomiche, quali la
Sindrome di Down.
Più
precocemente, a partire dalla decima settimana di gravidanza, si può svolgere
il test del DNA fetale, esame assolutamente non invasivo e con alta
affidabilità, pari al 99,9%2.
Questo
test viene effettuato su un campione di sangue della gestante. Tramite appositi
macchinari di ultima generazione verranno ricercati in esso piccoli frammenti
di DNA fetale e verranno analizzati alla ricerca di anomalie genetiche o
cromosomiche, quali la trisomia 18 e la 21.
Il
test di screening che si può svolgere più tardivamente è il Tri Test, che si
effettua tra la 15esima e la 18esima settimana di gravidanza. Anche in questo
caso, un’analisi ecografica viene combinata con un’analisi sul sangue materno.
Sul sangue della madre si analizzano i valori di tre sostanze:
l'alfafetoproteina (AFP), l'estriolo non coniugato e la gonadotropina
corionica. L’esame ecografico, permetterà infine di avere ulteriori
informazioni sullo stato di salute del feto e sull’eventuale presenza di
difetti nello sviluppo quali la sindrome di Down o la spina bifida. Il Quadri
Test è una variante di questo esame. Nel sangue della gestante viene analizzata
una quarta molecola, l’ormone inibina A. Anche in questo caso, si tratta di
esami probabilistici, non diagnostici, con affidabilità del 70% .
Tutte
le donne in dolce attesa dovrebbero sottoporsi a test di screening prenatale
ma, in particolare, indagini approfondite sono indicate alle donne che
presentano fattori di rischio quali età superiore ai 35 anni o casi di anomalie
genetiche in famiglia.
Se un
test di screening prenatale indica la possibilità che il feto sia affetto da
un’anomalia cromosomica, la gestante dovrà sottoporsi ad esami di diagnosi
invasivi, che saranno in grado di definire con certezza lo stato di salute del
feto.
Il
tuo ginecologo ti aiuterà a scegliere il test di screening prenatale più adatto
a te e al tuo piccolo.
Scopri
tutto sul test prenatale non invasivo del DNA fetale! Visita il sito www.testprenataleaurora.it
Fonti:
1.
Medicina dell'età prenatale: Prevenzione, diagnosi e terapia dei difetti
congeniti e delle principali patologie gravidiche Di Antonio L.
Borrelli, Domenico Arduini, Antonio Cardone, Valerio Ventrut.
2.
Poster Illumina ISPD_2014 Rev A.
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villocentesi
mercoledì 26 ottobre 2016
Farmaci: vademecum per le future mamme e per i bambini
A cura di: Ufficio Stampa
Sorgente
Sembra banale sottolinearlo, ma è
fondamentale che le future mamme tengano monitorato il
proprio stato di salute e quello del piccolo, effettuando periodicamente controlli
ed esami specialistici. Inoltre, per una maggiore tranquillità le donne in
dolce attesa possono scegliere di effettuare un test prenatale non invasivo per
verificare la presenza di eventuali anomalie cromosomiche nel feto e conservare
le cellule staminali del cordone ombelicale.
Nel caso in cui insorgano
malattie, spesso le donne in gravidanza non sono sicure dell’utilità di
assumere farmaci, pensando che possano avere conseguenze negative sulla salute
del feto. Per evitare ogni dubbio e insieme salvaguardare la salute delle donne
in dolce attesa, l’Agenzia Italiana del Farmaco ha scelto di dedicare un intero
portale web all’informazione relativa al corretto utilizzo dei farmaci, anche
nel periodo della gestazione.
Innanzitutto
occorre sottolineare che non tutti i farmaci danneggiano la salute del feto.
Ovviamente possono essere considerati sicuri quelli che vengono prescritti
direttamente dal medico di base. Le donne in gravidanza affette da patologie
croniche e che seguivano una terapia farmacologica già prima di rimanere
incinta, devono consultare uno specialista per stabilire se e come continuare
il trattamento. Interrompere in modo improvviso un trattamento, infatti, può
avere un effetto negativo; occorre piuttosto determinare insieme al medico
nuovi dosaggi da seguire durante la gravidanza oppure scegliere eventualmente
un farmaco alternativo.
Se da un lato, durante i nove
mesi di gestazione, l’assunzione di farmaci deve essere ridotta al minimo dalle
future mamme, dall’altro è necessario valutare bene dopo il parto la
possibilità di somministrare dei farmaci al neonato. L’Aifa ha ribadito
all’interno delle sue ultime campagne di comunicazione1 come
tantissimi genitori siano ancora erroneamente convinti che i bambini possano
assumere i medesimi farmaci utilizzati dagli adulti, solo con una dose più
piccola. Invece, è importante per i genitori attenersi strettamente alle
prescrizioni mediche.
Può accadere comunque che adulti
o bambini sviluppino patologie trattabili mediante infusione di cellule
staminali. In questo senso, il Ministero italiano della Salute ha reso noto -
all’interno del decreto ministeriale 18 Novembre 2009 - che il trapianto di
cellule staminali cordonali rappresenta una valida opzione terapeutica per il
trattamento di oltre 80 patologie2.
In conclusione, per prevenire lo
sviluppo di malattie o curare patologie già in essere, è fondamentale attenersi
alle prescrizioni del medico o dello specialista, che raccomandano sempre la
terapia più efficace e sicura, sia che si tratti dell’assunzione di determinati
farmaci sia che si basi su altre tipologie di trattamenti, come per esempio il
trapianto di staminali del cordone ombelicale.
Per approfondimenti sulle cellule
staminali cordonali, è possibile consultare il sito www.sorgente.com
1. Campagna di comunicazione AIFA
"Farmaci e pediatria" (anno 2014).
2. Decreto ministeriale 18
novembre 2009 “Disposizioni in materia di conservazione di cellule staminali da
sangue del cordone ombelicale per uso autologo-dedicato”.
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giovedì 29 settembre 2016
Cancro al seno: esami di screening per una diagnosi precoce e fattori di rischio
A
cura di: Ufficio stampa Sorgente Genetica
Quello al seno è il tumore più
comune tra le donne (colpisce ogni anno 1 donna su 9). Individuato quando è in
uno stadio troppo avanzato, può portare a gravi conseguenze, ed è la prima
causa di decesso per tumore tra la popolazione femminile1. Per
questo è importante sottoporsi a esami come il test BRCA1.
L'insorgere del tumore al seno è
causato dalla produzione incontrollata di alcune cellule da parte delle
ghiandole mammarie, che si trasformano in cellule maligne e possono attecchire
sui tessuti limitrofi. Il tumore alla mammella si distingue in invasivo e in situ. Il primo si diffonde nei
tessuti circostanti generando metastasi, il secondo resta circoscritto
al'interno dei lobuli e dei dotti mammari senza diffondersi nei tessuti vicini.
I tipi più comuni di cancro al seno riguardano le cellule dei lobuli (legate alle ghiandole mammarie) o quelle dei dotti lattiferi. Quest'ultimo è il più diffuso comprende il 70% dei casi di cancro2.
Alcuni fattori di rischio sono:
●
familiarità: le probabilità di sviluppare un
cancro al seno o all'ovaio crescono se il soggetto ha un familiare cui è stato
diagnosticato uno dei due tipi di patologia oncologica;
●
età: l'insorgere del tumore al seno aumenta con
l'avanzare dell'età. Nonostante ciò esso colpisce le donne con meno di 55 anni
nel 60% dei casi;
●
mutazione dei geni: questi due tipi di cancro
sono associati alla mutazione del gene BRCA. Le donne con questa mutazione sono
più a rischio.
Aumentare la percentuale di
sopravvivenza è possibile con la diagnosi precoce. Le possibilità di
sopravvivenza a 5 anni nelle donne colpite dal tumore al seno sono del 98%3
se esso viene diagnosticato quando si trova nello stadio zero, ossia ancora in situ.
Per la prevenzione è fondamentale eseguire uno screening per il cancro alla mammella e affidarsi a un senologo per una serie di visite. Fare inoltre un'autopalpazione del seno, per indagare la presenza di noduli e/o secrezioni.
Sottoporsi al test genetico capace
di individuare anomalie del gene BRCA è un modo di fare diagnosi precoce. Si
analizza il DNA presente nel campione di saliva prelevato dalla donna, per
indagare eventuali anomalie nei geni BRCA1 e BRCA2, associati a diverse
tipologie di tumore a seno e ovaie4. Un risultato positivo a mutazioni
non significa tuttavia che sia presente un tumore.
L'ecografia mammaria è un test di screening che individua noduli e cisti. La mammografia individuando le forme tumorali quando non sono ancora riscontrabili dalla palpazione, è l'esame più attendibile per la rilevazione dei tumori al seno.
Per maggiori informazioni: www.brcasorgente.it
Fonti:
1. I numeri del cancro 2014 – pubblicazione a cura di Aiom, Ccm e Artum
2. Nastro Rosa 2014 – LILT (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori)
3. Airc – Associazione Italiana per
la Ricerca sul Cancro
4. Campeau PM, Foulkes WD, Tischkowitz MD. Hereditary breast cancer: New genetic developments, new therapeutic avenues. Human Genetics 2008; 124(1):31–42
4. Campeau PM, Foulkes WD, Tischkowitz MD. Hereditary breast cancer: New genetic developments, new therapeutic avenues. Human Genetics 2008; 124(1):31–42
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martedì 13 settembre 2016
Il legame tra cibo, gravidanza e cellule staminali cordonali
A cura di: Ufficio
Stampa Sorgente
Nonostante il nostro paese sia basato sulla cultura del
“mangiar bene”, per molte persone il rapporto con il cibo rimane un problema.
Anche durante la gravidanza l’alimentazione ha un ruolo fondamentale, tanto che
è stato scoperto che essa incide addirittura sulla qualità delle cellule staminali
del cordone.
Sul sito del Ministero della Salute1 si può trovare
un utile vademecum ricco di consigli sul regime alimentare da mantenere durante
la gravidanza, per mantenere il benessere della gestante e tutelare lo sviluppo
del bambino. Tra i vari consigli troviamo: bere molto e scegliere frutta e
verdura di stagione ben lavata, fare 4 o 5 pasti al giorno, consumare carni
bianche, pesce come merluzzo, sogliole, nasello e trote ben cotti, limitare
zucchero, caffè e uova ed evitare carni e pesci crudi, cibi grassi, insaccati e
bevande alcoliche.
Oltre al rapporto cibo-gravidanza, esiste anche un legame tra
alimentazione dei genitori (prima e durante la gravidanza) e le cellule
staminali del cordone ombelicale, come sottolineato da uno studio2
del gruppo di medicina rigenerativa dell’Ospedale San Matteo di Pavia.
Gli elementi costitutivi dei cibi, infatti, influenzerebbero lo
sviluppo di spermatozoi e ovociti, che potrebbero avere conseguenze a loro
volta sulle staminali del cordone ombelicale. Secondo lo studio, i figli delle
donne ipernutrite o malnutrite potrebbero avere meno cellule staminali e quindi
difese immunitarie più basse.
La presenza di un numero minore di cellule staminali potrebbe
compromettere la salute dell’individuo in quanto la perdita di cellule è
quotidiana e fisiologica, e non solo
legata alla presenza di una malattia. Le staminali sono un potente strumento
terapeutico per trattare numerose malattie, infatti sono sempre di più le
ricerche scientifiche che ne studiano le applicazioni in ambito clinico. Per
questo motivo è importante valutare la possibilità di conservare le cellule
staminali del cordone ombelicale per averle a disposizione in caso di necessità.
Per maggiori informazioni sulla conservazione del sangue
cordonale consulta il sito www.sorgente.com
Note
1. Gravidanza,
corretta alimentazione”. Ministero della Salute
2. Per informazioni sullo studio La Provincia Pavese
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